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Giuseppe Iannozzi. Intervista collettiva (AA.VV.) all’autore di "Angeli caduti"
Paolo D’Amato: Secondo me il termine giusto per definire questo libro è ‘travolgente’. La mia domanda è questa: la stesura è davvero ‘di getto’, così come sembra, oppure è frutto di accurate revisioni, correzioni eccetera? E’ una mia personale curiosità. I racconti sono stati scritti nel corso di diversi anni. Ogni singolo racconto è dunque stato rivisto e riscritto più volte. Come avrai notato, i racconti in ANGELI CADUTI sono tutti diversi per stile. Ecco dunque che, ad esempio, “Kurt” utilizza un registro minimalista, questo per andare incontro allo spirito del grunge. “Nato fascista” è invece un racconto dickiano, dove tempo e spazio non esistono: i personaggi vivono in un tempo indefinito, e nella migliore tradizione dickiana il protagonista si trova suo malgrado ad affrontare il suo simulacro, o il suo doppio. “La morte con i tuoi occhi” è invece un racconto che fa riferimento a una cultura diversa, forse più alta: ambientato in una Torino di periferia, il linguaggio è quello dell’uomo di strada: c’è in questo scritto un evidente omaggio a Cesare Pavese. “Due ragazzi” affronta il tema dell’omosessualità, ma è uno scritto che non include alcun elemento fantastico. Alcuni racconti, come “La ragazza del poeta” mutuano stile e tematiche da William S. Burroughs. E “Il Messia Nero”, di cui, in tutta sincerità, non saprei dirti quante volte è stato scritto e riscritto, è un romanzo breve o un racconto lungo: è un lavoro di chiara impronta cyberpunk e dickiana, ma anche non poco apocalittico per i tanti elementi di fantareligione. Nonostante ogni racconto sia stato vergato adottando uno stile diverso, il fil rouge che lega tutti i protagonisti delle storie in ANGELI CADUTI è la sconfitta e la ribellione alla sconfitta sociale. Giovanna Amoroso: Cosa rappresenta per te ANGELI CADUTI? Può essere considerato un traguardo, o stimolante punto di partenza? Un
punto di partenza. Per tanti anni non ho avuto alcuna intenzione di
pubblicare. Il perché? Dicevo di non esser pronto, di non esser
ancora maturo per dare in pasto i miei scritti al pubblico e alla critica.
In molti, nel corso degli anni, mi hanno chiesto di pubblicare, persino
le mie poesie. Ma io poeta non lo sono: conosco bene quelli che sono
i miei limiti. Non nego che mi fa piacere che le mie poesie, se giusto
è definirle così, vengano apprezzate; c’è
però che non ho l’altezza morale né stilistica per
potermi definire poeta, e difatti non lo faccio. Viola
Corallo: I tuoi racconti s’infilano
tra le righe di un tema mai esaurito, il bene e il male… prologhi
che si adagiano perfettamente con il senso della ruvidezza e dell’apatia:
fanno immaginare che hai alimentato la tua mente con letture di vissuto
indelebili. Neanche
volendo saprei dirti con certezza assoluta quanti libri ho letto sino
a oggi. Ho perso il conto, da tanto tanto tempo. Ho iniziato a leggere
in tenera età. Il mio primo romanzo è stato “I misteri
del castello” di Sir Walter Scott. Mi è capitato fra le
mani e l’ho letto. Al tempo avrò avuto non più di
sette/otto anni. Era un libro difficile, che ho poi ripreso più
avanti, in età più matura per poter comprendere appieno
e sul serio i tanti risvolti politici e sociali del lavoro di Scott.
Non mi sono mai fatto mancare buone letture, ma non ho disdegnato di
leggere anche tanta paccottiglia: per riconoscere il ‘bello’
occorre che si abbia conoscenza diretta di ciò che è ‘brutto’. Mondidascoprire: Nelle tue storie sembra prevalga il male nella lotta con il bene. Il dramma apre sempre una domanda di bene invece, secondo me: un cattivo non lo è mai per natura ma per scelta, e comunque può sempre ravvedersi. Quanto contano le persone nel cambiamento di un uomo? Le
mie storie, con le debite frapposizioni di realtà e finzione
del caso, raccontano le vite di persone che hanno avuto poca o nulla
fortuna. Il Bene e il Male sono agenti d’una dicotomia. Nessuna
persona è del tutto buona o cattiva. In ogni persona coesistono
il lato animale e quello civilizzato. Per me l’uomo non può
sfuggire al Male, perché l’uomo è prima di tutto
un animale, con il pollice opponibile. La mia idea sull’uomo è,
nella sua essenza, quella di Charles Darwin: “L’uomo nella
sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione
divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo
discendente degli animali”. Questo non significa che il genere
umano, con il tempo, non potrà forse arrivare a un grado di civiltà
accettabile; tuttavia, oggi come oggi, dopo diecimila anni che il genere
umano abita la Terra, non ha ancora imparato a rispettare il prossimo.
Esistono ancora lo schiavismo, la tortura, il pregiudizio razziale e
religioso, le guerre. Dopo diecimila anni il genere umano continua a
ripetere gli errori del passato. Temo che l’uomo sia ancora profondamente
immaturo, e di questo passo, prima o poi, sarà l’uomo stesso
a far sì che il genere umano si estingua per sempre. Giovanni Agnoloni: Perché gli “angeli”? E perché “caduti”? ANGELI CADUTI vuol essere, tra le altre cose, un omaggio allo scrittore Tom Sniegoski. I miei personaggi, per certi versi, sono tutti degli angeli, e poca importa che loro natura sia buona o cattiva. I miei ‘angeli caduti’ combattono in primis contro sé stessi, contro la malignità che s’annida nella loro mente (o anima che dir si voglia). Come in “Vincent il Vecchio” che ha per protagonista un Van Gogh ribelle, stanco della pazzia, delle voci che sente nella sua testa, e dell’arte anche. Siamo dunque di fronte a degli ‘angeli’ molto umani, vittime della loro caduca bellezza spirituale e non. E tutti sono ‘caduti’, per colpa della società che li ha vessati e disconosciuti condannandoli a vivere in un eterno limbo dal quale, con le loro poche forze, cercano di evadere; e quando non gli riesce, allora preferiscono cancellarsi (o terminarsi) piuttosto che soffrire ancora la condizione di essere eterni prigionieri del limbo, di questa infame prigione. Mauro Fodaroni: Il tema dell’insoddisfazione per la propria vita, forse, è quello che più io individuo come il filo conduttore di questa raccolta di racconti scritti con grande stile, proprietà di linguaggio e conoscenza dei “personaggi” umani. Volevi esorcizzare/sottolineare un tuo malessere interiore, o è il grido disperato di questa società malata che ti spinto alla scrittura degli ANGELI CADUTI? Il fil rouge che lega le diverse storie di ANGELI CADUTI, poco ma sicuro, è l’insoddisfazione per la propria vita. Ho preferito mettere in nuce la psiche turbata degli ‘angeli’, quella di uomini e donne; e non esiste uno spazio-temporale ben definito, tutti sono prigionieri di una sorta di limbo, di una prigione. La società, oggi come oggi, non offre certezze, e i miei personaggi riflettono l’inquietudine di questo nostro tempo storico ma anche di quello che fu e che forse sarà. C’è ribellione contro la sconfitta sociale, contro i pregiudizi e gli stereotipi sociali che hanno crocifisso l’umanità riducendola a meno d’un numero sacrificabile alle esigenze di uno Stato dittatoriale. Ecco dunque che racconti come “Pollicino e l’amica trans”, “Bevi il sangue di Cristo!” o “Amen” diventano/sono anche un grido, talvolta di assoluta disperazione perché per i protagonisti l’unico modo per evadere dalla prigione esistenziale è quello di autodistruggersi. Se ci sono degli spunti interiori autoreferenziali – e non dico che non ci siano -, questi appartengono soprattutto alle vite che porto sulla pagina, quindi alla finzione. Cinzia Paltenghi: Ti seguo ormai da molti anni e in un certo senso ti ho visto anche un po’ crescere, come scrittore. Ciò che maggiormente è cresciuta e che ‘esplode’ in questo libro, secondo me, anche se ha sempre caratterizzato i tuoi scritti, è la grande capacità di far entrare chi ti legge nell’animo dei personaggi e nella realtà che racconti … direi in maniera quasi fisica. Sei d’accordo con me nel dire che questa tua capacità – che io amo molto come ben sai – proiettata negli argomenti che tratti, ti rendono un po’ ‘una voce fuori dal coro’, soprattutto in considerazione del tipo di libri che vanno per la maggiore e della superficialità dell’attuale società? Immagino che ciò non ti renda facile ‘la vita’ come scrittore. Come
si suol dire, di acqua sotto i ponti, da quando ho iniziato a scrivere
ne è passata parecchia, ma da sempre ho privilegiato l’analisi
psicologica dei personaggi, inseriti in situazioni più o meno
difficili o ai limiti anche, alla spettacolarizzazione degli accadimenti
narrati; di gran lunga preferisco parlare di quelle ‘persone che
vivono ai margini’, perché, a mio avviso, sono coloro che
meglio riflettono il vero stato di salute della società. E la
nostra società, oggi come oggi, è molto malata, di egoismo
e egocentrismo, di pregiudizi e banalità. Scriveva Luigi Pirandello:
“L’educazione è la nemica della saggezza, perché
l’educazione rende necessarie tante cose di cui, per essere saggi,
si dovrebbe fare a meno.” (Il piacere dell’onestà)
e “Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità.
Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza.” (Il berretto
a sonagli). Va da sé che non sono Pirandello e forse mai lo sarò,
ciononostante la regola che mi son dato è che scrivere comporta
una grande responsabilità, per cui lo scrittore dovrebbe sempre
parteggiare per l’onestà e la verità. Purtroppo,
da sempre, verità e onestà non sono qualità molto
apprezzate, e ne sanno qualcosa molti politici e addetti culturali che
preferiscono dare in pasto al loro pubblico promesse e spudorate menzogne:
pare incredibile ma la gente una promessa, per quanto squallida e palesemente
falsa, l’accetta di buon grado mentre la verità no. Non
di rado, in veste di critico letterario, ho stroncato dei libri a mio
avviso non validi: apriti cielo! Oggi più di ieri, le recensioni
sono sol più degli spot pubblicitari, per cui mancano d’un
vero spirito critico; il libro è stato ridotto a un oggetto senza
né anima né spirito. E gliene frega a nessuno, o quasi,
che il libro-oggetto accolga o no fra le pagine della genuina sostanza.
Tra gli scrittori che più amo c’è Dino Buzzati, che,
a mio avviso, è di gran lunga superiore a Franz Kafka. Buzzati,
nonostante il meritato successo che nel corso degli anni ha riscosso
sempre combattendo, è stato ‘una voce fuori dal coro’.
I suoi scritti, particolari e unici, sono stati accusati d’esser
una vile scopiazzatura dello stile di Kafka. Niente di più falso:
Buzzati era Buzzati, Kafka era tutt’altra cosa, e chi ieri non
lo ha capito non ha capito un cazzo della grandezza immaginifica di
Dino Buzzati. Ebbe a dire l’autore de “Il deserto dei Tartari”
e dei “Sessanta racconti” (e di moltissimi altri Capolavori):
“Io voglio ricordarmi di essere stato [...]. Divenire un’anima
felice che ignora di essere stato Dino Buzzati, è una fregatura”.
Spero di poter dire qualcosa del genere anch’io, prima o poi.
leggi anche: Chi è Giuseppe Iannozzi? intervista
a cura di Chiara Demma
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